SLUM TOUR

Le 5 persone che mi leggono (parenti e amici stretti) potrebbero ricordarsi che parlando di Delhi avevo promesso che sarei tornato sull’argomento Slum. Premetto che è un post più noioso e meno leggero degli altri scritti fin qui, ma la situa lo richiede.

COSA E’ UNO SLUIM?

Uno slum è un insediamento urbano sorto autonomamente, caratterizzato da abitazioni costruite senza regole edilizie, sovraffollamento e mancanza di servizi di base. In italiano le definiamo baraccopoli. 

In India, ma credo ovunque, queste aree si sviluppano accanto a zone industriali o grandi infrastrutture, dove il lavoro a basso costo attrae migliaia di migranti dalle campagne in cerca di opportunità lavorative. Persone che non trovando alloggi accessibili, hanno occupato terreni e costruito abitazioni di fortuna. Col tempo, gli slum si sono trasformati: da baracche a edifici a più piani. Si tratta sempre di abitazioni caratterizzate da condizioni abitative complesse: spazi minuscoli, servizi igienici condivisi (e spesso situati al di fuori dal palazzo), acqua ed elettricità irregolari o addirittura assenti. 

DUBBI

Per decidere se fare o no uno Slum tour ci ho messo solo 3 mesi ed ho deciso 6 ore prima del tour stesso, alle due di mattina.

Il mio dubbio era semplice: vado a cercare di comprendere una realtà complessa o finanzio una attività di voyeurismo di situazioni di disagio dall’alto della mia posizione di privilegiato?

Mi sono accollato questo rischio ed ho deciso di visitare la Sanjay Colony, nel sud di Delhi, con un tour organizzato Reality Gives, una ONG che lavora dentro lo Slum. Da quel poco che ho potuto vedere nella mia visita di 3 ore, la ONG è effettivamente presente nella vita dello Slum. Questa partecipa all’organizzazione delle attività scolastiche per i bambini e organizzando una serie di corsi per adulti. Lo scopo finale è quello di garantire agli abitanti dello Slum la migliore istruzione possibile. La guida conosceva le persone che incontravamo e il responsabile della ONG era nato e cresciuto nello Slum. In questo senso devo dire che la mia esperienza è stata positiva.

PRIME IMPRESSIONI

La strada di ingresso allo Slum non era diversa da ogni strada di Delhi in termini di sporcizia e degrado ma più entravamo dentro più cresceva una sensazione di claustrofobia derivante dai vicoli stretti dalle case addossate e dal numero di persone.

I numeri lo raccontano bene: circa 45.000 persone vivono in 10 ettari, cioè 0,1 km². La densità è di 450.000 persone per km². Arezzo, per fare un esempio, ha una densità di circa 254 persone per km². Sanjay Colony è quindi quasi 1.800 volte più densa.

Le abitazioni sono monolocali senza bagno, con cucine improvvisate. Gli edifici crescono in altezza: chi costruisce il piano terra spesso aggiunge altri piani e affitta gli spazi sopra. Tutto è abusivo, ma demolire significherebbe, oltre a mettere in crisi le persone che vivono qui, creare un problema sociale ingestibile.

CONVERSAZIONI E RIFLESSIONI

Uno dei momenti più intensi è stato parlare con alcune donne che lavorano all’interno dello Slum. Queste si occupano di dividere e smistare tessuti, per 12 ore al giorno guadagnando pochi euro. Mi hanno spiegato il loro lavoro e da occidentale idiota non ho saputo pensare ad una domanda più intelligente rispetto al chiedere se fossero contente. Mi hanno risposto di sì. Almeno hanno un lavoro ed alcune di loro sono riuscite a risparmiare abbastanza per aprire una piccola attività e tutte sognano di fare lo stesso. 

Ho chiesto se cambiasse qualcosa lavorare per un datore dello slum o per uno esterno. Mi hanno detto di no. L’aspirazione rimane individuale: mettere da parte abbastanza per possedere qualcosa di proprio e diventare “ricchi”.

E questa per me è stata forse la cosa peggiore. Costatare l’assenza totale di un’aspirazione di risposta collettiva volta a modificare la condizione di vita diffusa delle persone. La risposta è solo individuale, la domanda non è “come possiamo cambiare insieme?”, ma “come posso uscire da questa situazione?”. L’idea che l’unica via di uscita sia personale, senza che esista un’alternativa comune o una soluzione collettiva mi ha sicuramente messo tristezza. Anzi la situazione di disagio viene accettata come unica alternativa.12 ore di lavoro per pochi euro diventano motivo di gratitudine, vivere in una stanza senza bagno diventa accettabile, perché si teme che possa andare peggio.

Si tratta di un meccanismo che conosciamo bene, seppur con le dovute proporzioni, anche in Italia: l’abbassamento costante della soglia di ciò che è accettabile perché le alternative ci spaventano. Un contratto di 3 mesi diventa meglio di niente, uno stipendio non adeguato alla mansione è accettabile e si finisce per normalizzare situazioni che normali non sono. Tutto perché spesso il padrone di turno ci convince che siamo già abbastanza fortunati ad avere un lavoro e c’è sempre chi sta peggio.

L’individualismo è quindi, oltre che un limite, una trappola, se ognuno cerca di salvarsi da solo, il risultato collettivo non cambia. E lo slum resta lì, con le sue case invivibili, una economia che arricchisce pochi ricchi a discapito della maggioranza dei lavoratori e la sua densità disumana. Come se fosse parte naturale ed inevitabile della città.

CONCLUSIONI

Forse non dovrei nemmeno spiegare che una visita di questo tipo possa stimolare miliardi di riflessioni diverse. E non dovrei nemmeno dire che, essendo un blog personale, queste sono semplicemente le mie riflessioni dopo aver parlato con poche persone per poche ore.

Quella dello Slum è una realtà che andrebbe probabilmente vissuta più a lungo, parlando con molte più persone. C’è chi potrebbe essere colpito dalla forza di chi nasce nello Slum e non si arrende ad una posizione di svantaggio. Altri potrebbero dare più peso alla povertà e al degrado. Qualcuno potrebbe concentrarsi sul lavoro delle ONG che cercano di correggere le storture di un sistema malato. Si potrebbe anche osservare come queste comunità costruiscano forme di solidarietà, piccoli sistemi di welfare informale e una microeconomia che permette a migliaia di persone di sopravvivere dentro una realtà estremamente difficile.

È proprio la possibilità di guardare questa realtà da tante prospettive diverse che, alla fine, mi porta a consigliare questa esperienza.

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