MARRAKECH

Per la seconda volta consecutiva, per ragioni diverse, parlo di una città che praticamente non ho visitato. Mentre a Casablanca la cosa era stata programmata così, a Marrakech ho avuto la fortuna di passare 3 giorni su 4 murato a letto con la febbre. Quindi che impressione mi sono fatto di Marrakech? Una città lievemente sopravvalutata dal punto di vista delle attrazioni (o almeno in quelle che sono riuscito a visitare io di rincorsa l’ultimo giorno), ma affascinante per la sua atmosfera.

ATTRAZIONI E ATTIVITÀ

EL BADI PALACE – 1/5

Il Palazzo El Badi fu costruito alla fine del Cinquecento dal sultano Ahmad al-Mansur per celebrare la vittoria della Battaglia dei Tre Re (nome che sembra uscito direttamente dal dimenticato Game of Thrones). All’epoca era considerato uno dei palazzi più sontuosi del mondo islamico. Oggi ne rimangono soprattutto le mura e gli enormi cortili. Si riesce ancora a intuire quanto dovesse essere imponente, ma la visita non è entusiasmante.
Almeno nel mio caso è stata ulteriormente penalizzata dal fatto che la salita sulle mura, probabilmente la parte più interessante grazie alla vista panoramica su Marrakech, fosse chiusa per lavori di restauro. Ho provato a salire lo stesso e sono stato immediatamente cazziato da una guardia. Maledetta.
Costo: circa 10 €.
Vale la pena? Nelle condizioni in cui l’ho visitato, direi di no. Se invece le mura sono aperte, forse sì.

BAHIA PALACE – 2/5

Il Bahia Palace, costruito nella seconda metà dell’Ottocento, fu la residenza del gran visir Ba Ahmed e venne progettato per rappresentare il massimo del lusso marocchino. Ho deciso di venire qui dopo essere rimasto deluso dall’El Badi Palace (i due distano meno di 500 metri), sperando di rifarmi. Non è successo.
Le sale sono curate, piene di mosaici, i soffitti in legno intagliato meritano sicuramente una foto e c’è anche un bel cortile. Il problema è che niente mi ha dato quella sensazione di meraviglia che mi aspettavo entrando.
Io, sinceramente, non ho capito cosa renda questo palazzo meritevole di un biglietto da 10 € rispetto ai vari riad* in cui si può alloggiare o andare a mangiare. Probabilmente il mio giudizio negativo è influenzato dal fatto che parte del complesso sia ancora interessata dai lavori di restauro successivi al terremoto del 2023 (terremoto che avevo completamente rimosso finché non mi sono ritrovato davanti alle impalcature).
Costo: circa 10 €.
Vale la pena? Visita non indimenticabile ad un costo eccessivo.
Mi consola pensare che almeno una parte del biglietto contribuisca ai restauri e alla conservazione del palazzo,

*Tradizionale casa marocchina costruita intorno a un cortile interno, spesso trasformata in un piccolo hotel o in una guesthouse.

JEMAA EL-FNA – 4/5

Se pensate a Marrakech, quasi sicuramente la prima immagine che vi viene in mente è questa piazza, anche se non ci siete mai stati. Jemaa el-Fna è il cuore pulsante della città. Di giorno è praticamente deserta mentre al tramonto si riempie di stand gastronomici, musicisti, artisti, abitanti e turisti, trasformandosi in uno spettacolo a cielo aperto.
Un voto in meno per la presenza di persone con scimmie incatenate e costrette a posare per le fotografie. Spero che prima o poi riescano a organizzare una rivoluzione e a liberarsi dalle catene dei loro padroni. Bella metafora.
Costo: 3 € per un tè alla menta su una terrazza con vista sulla piazza.
Vale la pena? Assolutamente sì.

MOSCHEA DELLA KOUTOUBIA – 3,5/5

Costruita nel XII secolo durante la dinastia almohade, è famosa per il suo minareto alto circa 77 metri. Per i non musulmani è visitabile, come la maggior parte delle moschee del Marocco, solo dall’esterno. Immagino che la passeggiata nei giardini circostanti possa essere piacevole, ma purtroppo quando ci sono arrivato io la temperatura percepita era di 44 gradi e sono scappato per buttarmi nella piscina dell’ostello. Bella idea venire a Marrakech a fine luglio.
Costo: gratuito.
Vale la pena? Sì.

SOUK – 4,5/5

Il Souk di Marrakech è un enorme labirinto di vicoli pieni di negozi e bancarelle. È ancora organizzato in parte per mestieri: ci sono aree dedicate ai tessuti, ai tappeti, alle spezie, alla pelletteria e alla lavorazione del ferro, del legno e dell’ottone.
Il voto alto, però, deriva soprattutto da un altro motivo: passeggiare in questi vicoli coperti dava la piacevole sensazione che la temperatura fosse almeno dieci gradi più bassa. Ci ho passato un paio d’ore molto piacevoli. I venditori non sono nemmeno troppo insistenti e mercanteggiare con loro è abbastanza divertente.
Costo: gratuito. Purtroppo nessuno mi ha venduto una maglia di Hakimi a meno di 5 €.
Vale la pena? Assolutamente sì.

VITA DA OSTELLO

Ovviamente non esistono posti belli in cui avere la febbre. Probabilmente, però, un ostello con dormitorio condiviso è uno dei peggiori. Sicuramente quello che avevo prenotato per le mie prime notti a Marrakech lo era: letti senza tendine, pulizia discutibile e comfort generale prossimo allo zero. Aveva solo il pregio di essere vicino alla stazione e, visto che il mio treno da Casablanca arrivava alle 23:40, mi era sembrata una buona idea prenotare due notti.
Peccato che la mattina dopo mi sia svegliato con i classici sintomi della febbre e abbia deciso che fosse una buona idea prendere una Tachipirina e fare una passeggiata per la città, partendo alle 12 con circa 60 gradi percepiti. Chiaramente sono tornato in ostello praticamente cadavere.
La seconda mattina, dopo essermi autodiagnosticato un colpo di sole (senza nessun tipo di ricerca dei sintomi), ho deciso di cambiare ostello cercandone uno con la piscina. Sono finito all’Equity Point, che cito gratuitamente. Che scemo. Riad bellissimo, pulito, con una piscina e spazi comuni bellissimi e molto vivi. Ho passato lì due giorni quasi esclusivamente a letto in una situazione di confort accettabile.
Nota di merito per i due ragazzi tedeschi con cui condividevo la camera: entravano solo per dormire. Ottimi coinquilini.

CONCLUSIONE

Non l’ho detto, ma mentre scrivo queste righe sono finalmente sul divano di casa. Evviva.
Devo dire che questo viaggio è stato molto diverso da quello che avevo iniziato a programmare a metà aprile. Avrei voluto tornare in Asia, questa volta per almeno sei mesi, tra Malesia, Indonesia, Singapore e Filippine, facendo volontariato negli ostelli e fermandomi molto più a lungo nei vari posti.
Alla fine ho comunque deciso di non passare luglio a casa. Avevo paura di trascorrere le giornate a inviare curriculum a caso solo per giustificare il fatto di essere sul divano e, realisticamente, sapevo già che le decisioni lavorative sarebbero state rimandate alla seconda metà di agosto. E, nell’epoca del tardo capitalismo, quelle lavorative finiscono spesso per trascinarsi dietro anche quelle di vita.
Senza voler allungare il brodo o tirare fuori grandi discorsi esistenziali, credo che viaggiare serva anche a questo: attraversare quei periodi di attesa in cui non possiamo fare molto altro.
Non risolve i problemi, non fa comparire magicamente le risposte e non cambia la vita da un giorno all’altro.
Però rende decisamente più interessante aspettare che le cose inizino a muoversi.

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